Un semplice dato aiuta a comprendere il rapido sviluppo di Milano tra la fine del 1800 e i primi decenni del 1900.
Verso il 1880 circa il 98% degli opifici di Milano era racchiuso dai Bastioni e il 47% di essi trovava sede entro la cerchia dei Navigli; nei decenni successivi le fabbriche furono progressivamente espulse dal centro storico, privilegiando sempre più decisamente le aree esterne ai Bastioni, dove il reperimento degli spazi è più facile e meno oneroso.
Al fiorire delle attività economiche si accompagnò un incremento della popolazione urbana: all’interno degli attuali limiti comunali, nel 1931 Milano accoglie 992.000 abitanti e afferma il processo di egemonizzazione dei territori provinciali, con la città che ospita il 50% della popolazione totale. Questo sviluppo richiama immigrati prima dalle zone circostanti e a seguire dalle aree più depresse della Lombardia, quindi dal Veneto e via via dalle altre regioni italiane. È in quel periodo che mutò la fisionomia insediativa della città. Lo sviluppo a macchia d’olio della città negli anni ’30 favorì dunque la dispersione periferica delle fabbriche, principalmente verso la zona nord.
Anche Cima1915, divenuta ormai di proprietà di Giovanni Pomati, è direttamente coinvolta in questo processo. La collocazione in Largo Donegani appare presto inadeguata a sostenere le aspettative di sviluppo dell’azienda. L’attenzione si concentra verso l’area a nord di Piazza Andrea Doria dove la famiglia Pomati possiede dei terreni, vicino al Trotter Italiano dove venivano giocate le partite casalinghe del Milan. Tuttavia il progetto della Nuova Stazione Centrale scombina i piani. A partire dalla fine dell’Ottocento, infatti, la Stazione Centrale, voluta da Vittorio Emanuele II e inaugurata nel 1864 dove ora sorge Piazza Repubblica, appare insufficiente per il crescente traffico di passeggeri e merci della nuova metropoli. A partire dal 1925, sotto la spinta del regime fascista che vede in questa realizzazione una preziosa occasione di legittimazione, i lavori trovano lo slancio definitivo e i terreni Pomati vengono confiscati per lo scopo. La Nuova Stazione Centrale verrà così inaugurata nel 1931 contando ben 24 binari contro i 6 di quella vecchia.
Giovanni Pomati individua uno stabile di via Ponte Sesto, ai civici 3-5 dove sorgerà la seconda sede di Cima1915. La zona è in grande trasformazione e la vicinanza alla Nuova Stazione la rendono fortemente strategica. Si racconta ad esempio che il locale all’angolo, un tempo gestito da Giorgio Re, presidente dei tabaccai meneghini, era segnato come «rivendita n.1» di tutta Milano. E alla ricerca di tratti di nobiltà, impossibile non apprezzare il palazzo dalla facciata liberty del civico 31, testimone di quella che in città molti consideravano un «centro commerciale a cielo aperto», per via dei tanti negozi di abbigliamento, calzature, casalinghi e quant’altro.
Visitando oggi via Ponte Seveso alla ricerca delle radici di Cima, ci troviamo difronte ad una curiosa anomalia: mancano i primi numeri civici (si inizia con il 17 sul lato dispari e con il 18 su quello pari). Il resto? Non c’è. C’era, ma è stato inghiottito dalla vicina via Filzi che affianca la Stazione Centrale. Come si spiega?
Con la realizzazione della nuova stazione ferroviaria, si rese necessario ridisegnare le zone immediatamente adiacenti all’imponente costruzione, per favorirne l’accesso con i mezzi pubblici e privati ma anche per inquadrare l’edificio in un contesto architettonico parimenti grandioso. La revisione urbanistica comportò la creazione di piazza IV Novembre e l’allungamento di via Fabio Filzi fino ad incrociare via Tonale, proprio a discapito di via Ponte Seveso. La seconda sede di Cima1915 sorgeva dunque dove oggi sorge il Palazzo del Lavoro, in Piazza IV Novembre 5.
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